Fai tuo il mercato azionario in 4 grafici

Tutti ormai sanno che i migliori rendimenti si ottengono investendo nel mercato azionario. Altrettanti hanno compreso che è bene farlo diversificando e con un orizzonte temporale lungo per aumentarne le probabilità di successo.

Ma quanti lo hanno realmente razionalizzato con numeri ed in maniera semplice?

Prendendo spunto da un articolo di un noto advisor americano vediamo insieme come convincerci con NOZIONI sul giusto modo di stare nel mercato azionario.

Nel lungo periodo, i prezzi delle azioni salgono

 

Consideriamo il mercato azionario come un modo per investire in innovazione, profitti, progresso e persone che si svegliano la mattina cercando di migliorare la propria situazione attuale.

Anche se ci piace il fatto che questo grafico illustri la giusta filosofia a lungo termine, è un po' fuorviante. È vero, il mercato azionario sale nel lungo periodo, ma ATTENZIONE può anche crollare nel breve periodo. Nel grafico sopra ci sono alcuni dei maggiori crolli della storia ma sono difficili da vedere su un diagramma con 200 anni di dati.

La Grande Depressione, il crollo del 1987 e la Grande Crisi Finanziaria sembrano piccoli inconvenienti su questo grafico.

In ogni salita di lungo dobbiamo abituarci all'idea degli inconvenienti

Non puoi guardare un grafico del mercato azionario che sale senza tenere conto dei ribassi lungo il percorso:

La Grande Depressione non fu un incidente di percorso. Era uno tsunami. La gente pensava che il crollo del 1987 avrebbe portato a una depressione. Nel 2008 il sistema finanziario era sull’orlo dell’estinzione.

A volte il mercato azionario crolla. A volte ci vogliono anni per recuperare i tuoi soldi.

Non è possibile ottenere un grafico a lungo termine delle azioni che salgono nel tempo senza che in qualche occasione ti venga il mal di pancia. Se non riesci a sopravvivere ai ribassi a breve termine, non potrai partecipare ai guadagni a lungo termine.

Questo è vero per i crolli del mercato, i comuni mercati ribassisti, gli anni terribili e persino gli anni buoni nel mercato azionario.

Anche negli anni positivi ci sono i ribassi durante la salita

Il grafico è un mantra tra professionisti ed investitori. Non c'è salita senza discesa nel percorso.

Dal 1928 (quasi 100 anni) la media di ribasso durante l'anno nel mercato azionario USA è del -16,4%.  Tradotto, per beneficiare dei rendimenti di lungo devi essere disposto a vedere il tuo capitale oscillare.

L’altro aspetto da apprendere da questo grafico è che i ribassi si verificano anche quando il mercato azionario chiude l’anno in territorio positivo.

Il calo medio durante l'anno negli anni che si sono conclusi con un rendimento positivo per l’S&P 500 a partire dal 1928 è del -11,6%.

Quindi dovresti aspettarti di sperimentare una volatilità al ribasso anche quando le azioni sono in una tendenza rialzista.

Immaginati in bici, con l'obiettivo di arrivare al traguardo in cima ad una collina. Per certo dovrai pedalare se vuoi giungere all'obiettivo, con sicurezza vedendo il percorso metti in conto che passando per vari avvallamenti ci saranno momenti in cui dovrai pedalare di più ed altri in cui meno. Ma lo fai perchè vuoi giungere al traguardo.

Il mercato azionario è la stessa cosa.

L’altra statistica che sorprende nel grafico è l’enorme quantità di rendimenti superiori al 20% che vedi nel mercato azionario in un dato anno.

In 34 degli ultimi 95 anni, il mercato azionario statunitense ha chiuso l’anno con guadagni del 20% o più. Si tratta di una percentuale di anni maggiore (36%) rispetto al numero di anni che terminano con una perdita (27%).

Naturalmente, i guadagni o le perdite in un anno non hanno significato. Tutti gli investitori saggi sanno che l’unico orizzonte temporale che conta veramente è il lungo termine.

Il tuo successo è legato al tempo

Non ci sono garanzie quando si investe nel mercato azionario.

Le cose brutte possono accadere e accadranno.

Ma se hai un orizzonte temporale misurato in decenni anziché in giorni, mesi o anni, ti troverai meglio della maggior parte degli investitori.

Non posso promettere che queste relazioni continueranno in futuro.

Ma ho difficoltà a credere che avremo un futuro in cui le persone non innoveranno, non faranno progressi e non si sveglieranno cercando di migliorare la loro posizione nella vita.

Questa è la linfa vitale dei profitti aziendali ed è per questo che credo nelle azioni a lungo termine. Ed è per ciò che per essere un investitore in azionario devi essere OTTIMISTA.


Grazie Charlie

Ieri in tarda serata Berkshire Hathway ha comunicato la dipartita di Charlie Munger. Nella mia vita professionale l'ho sempre considerato una fonte di ispirazione.
La sua saggezza è stata la mia bussola, ed i suoi principi sono diventati parte integrante della mia professionalità.
Ecco alcune delle sue massime che ricordo sempre con piacere:
"L'invidia è un peccato davvero stupido perché è l'unico con cui non potresti mai divertirti. C'è tanto dolore e niente divertimento. Perché vorresti salire su quel tram?"
"Se tutto ciò che riesci a fare nella vita è arricchirti comprando piccoli pezzi di carta, è una vita fallita. La vita è più che essere astuti nell'accumulazione di ricchezza."
"Ricorda che la reputazione e l'integrità sono i tuoi beni più preziosi e possono andare perduti in un batter d'occhio."
"Confucio disse che la vera conoscenza è conoscere il limite della propria ignoranza. Aristotele e Socrate dicevano la stessa cosa. È un'abilità che può essere insegnata o appresa? Probabilmente sì, se si ha una scommessa sufficiente sul risultato. Alcuni le persone sono straordinariamente brave a conoscere i limiti delle loro conoscenze, perché devono esserlo. Pensa a qualcuno che è stato un funambolo professionista per 20 anni ed è sopravvissuto. Non potrebbe sopravvivere come funambolo per 20 anni a meno che non sappia esattamente quello che sa e quello che non sa. Ha lavorato così duramente per questo, perché sa che se sbaglia non sopravviverà. I sopravvissuti lo sanno."
"Molto successo nella vita e negli affari deriva dal sapere cosa si vuole evitare: una morte prematura, un brutto matrimonio, ecc."
"Conoscere ciò che non sai è più utile che essere brillante."
Uno dei libri per me più iconici dell'Oracolo di Pasadena:
#berkshirehathaway #charliemunger

Hai approfittato del tuo fondo pensione quest’anno?

Il 16 dicembre è alle porte, si avvicina il termine per versare e beneficiare fiscalmente del tuo fondo pensione. Se non ce l’hai già è sempre un ottimo momento per iniziare ricordalo.

Nell’ultimo mese dell’anno sarà approvata la nuova Legge di Bilancio che prevede solo un budget limitato di circa 2 miliardi di euro per la riforma delle pensioni. Lo Stato fatica sempre più a mantenere un Welfare decorso, quindi diventa sempre più  necessario che ogni italiano si rimbocchi le maniche per il proprio futuro.

Non cambiano i requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia, ma ci sono altre novità importanti. Soprattutto lato fiscale, un tema più che mai di attualità in queste settimane, ma che nel dettaglio rimane per noi italiani alquanto “fumoso”. Infatti, secondo l’istituto di ricerca sociale e di marketing Eumetra, un italiano su quattro non sa quanto paga di tasse ogni anno: solamente un italiano su cinque sa dire con precisione quante tasse paga, mentre la maggior parte (54%) sostiene di saperlo in modo approssimativo.
Facile quindi che molti di noi non sappiamo o non ricordino che c’è tempo fino al 16 dicembre 2023 per effettuare un ulteriore versamento volontario sulla propria posizione pensionistica complementare o su quella di un familiare fiscalmente a carico e portare così i contributi versati alla fatidica soglia dei 5.164,57 euro annui.
I versamenti effettuati entro quella data, infatti, rientrano nella soglia di deducibilità, fissata appunto a 5.164,57 euro all’anno, con uno sconto sulla tassazione niente male.
Di cosa stiamo parlando? È (più o meno) presto detto. Tutti noi paghiamo tasse sul reddito che dichiariamo annualmente. Su tale reddito si calcola la cosiddetta “base imponibile”. Dedurre una certa cifra fa sì che quella cifra non confluisca nella base imponibile, abbassandola in modo anche significativo. Ebbene, i contributi versati al fondo pensione (o a qualsiasi altra forma pensionistica complementare) sono deducibili dalle imposte sul reddito fino a un limite massimo di 5.164,57 euro ogni anno.

I vantaggi fiscali della pensione complementare

E se ti dicessi che oggi l’unico rendimento garantito, e probabilmente il più elevato lo riconosce il fondo pensione?

Lo Stato ha previsto tutta una serie di agevolazioni fiscali nell’ottica di incentivare questo tipo di investimento. In particolare:

• i rendimenti maturati dal fondo pensione sono tassati al 20%, contro il 26% che si applica agli altri strumenti finanziari;
• stante quanto detto sopra, l’investitore può beneficiare di un maggiore accumulo di capitale nel tempo, grazie all’effetto della capitalizzazione degli interessi;
• in caso di decesso dell’aderente, i beneficiari della rendita non devono pagare le tasse sulle somme percepite.

Infine, come abbiamo detto, i contributi versati al fondo sono deducibili dalle imposte sul reddito, il che significa che l’investitore può beneficiare di un risparmio fiscale immediato. Non ci credi? Lo vediamo subito. Ipotizziamo che il tuo reddito lordo sia pari a 62mila euro. A questo reddito andrà applicata una tassazione basata sui vari scaglioni IRPEF (assumiamo in questo caso quelli in vigore a giugno 2023, tanto non cambia moltissimo, ai fini del nostro ragionamento). Ecco quello che viene fuori.

Praticamente, sui tuoi 62mila euro di reddito lordo devi pagare imposte per quasi 20mila euro. Cosa succede se durante l’anno hai versato contributi in una forma pensionistica complementare tua o di un tuo familiare fiscalmente a carico? Succede che puoi dedurre fino a 5.164,57 euro dai 62mila di reddito imponibile. Il quale si abbassa quindi a 56.836 euro. E l’applicazione delle aliquote dei vari scaglioni dà come risultato una cifra più vicina ai 17mila euro, per un risparmio fiscale di oltre 2.200 euro.

Quanto conviene, oggi, investire in una forma pensionistica complementare?

La domanda è legittima ma, un po’ come i prompt per l’AI generativa, va riformulata. L’investimento in un fondo pensione non è questione di oggi: è una questione di domani. E, se vogliamo, anche di dopodomani. Richiede perciò una visione di lungo termine e un impegno costante nel tempo. I dati storici ci dicono che finora questo ha pagato.
Secondo una nota di aggiornamento diffusa dalla COVIP, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, i primi di novembre 20231, nel periodo che va dall’inizio del 2013 ai primi nove mesi del 2023 i rendimenti medi annui composti delle linee a maggiore contenuto azionario si collocano intorno al 5% per tutte le tipologie di forme pensionistiche. Nello stesso periodo, la rivalutazione del Trattamento di Fine Rapporto, il cui calcolo si basa sul tasso di inflazione, è risultata pari al 2,4%. Nel complesso, tutti i comparti azionari e buona parte dei bilanciati mostrano rendimenti più elevati rispetto agli altri e al TFR.

“Nei primi nove mesi del 2023, tutte le tipologie di forme pensionistiche e di comparti registrano in media risultati positivi, in particolare nelle gestioni con una maggiore esposizione azionaria”, scrive la COVIP. Per i comparti azionari, in particolare, si riscontrano rendimenti in media pari al 4,5% nei fondi negoziali, al 5,5% nei fondi aperti e al 6% nei PIP.

Come scegliere il fondo pensione giusto?

Il fondo pensione rappresenta una soluzione ormai non più rinviabile: consente di garantirsi un futuro tranquillo e sicuro sotto il profilo economico ottenendo al contempo importanti vantaggi fiscali. Puoi scegliere liberamente l’importo dei versamenti, ma attenzione: è essenziale calibrare la strategia di investimento sulle tue esigenze.

 


Cosa è successo ad Ottobre sui mercati

Escluse poche eccezioni, i mercati azionari hanno vissuto un mese di ottobre negativo. A pesare più di tutto sono state le tensioni geopolitiche, con il conflitto scoppiato in Israele aggiuntosi a quello ormai ben noto in Ucraina.

L’incertezza e la paura di un’escalation delle operazioni militari hanno pesato sulle quotazioni di gas e petrolio, gettando un’ombra sulla tenuta del sentiero discendente dell’inflazione.

Infatti, se il caro dei prezzi dovesse rialzare la testa allora potrebbe essere la fine della tregua sui tassi delle banche centrali e questo, inevitabilmente, andrebbe a pesare sui principali listini mondiali.

I fatti salienti del mese di ottobre

  • Il mese di ottobre si è aperto con gli attacchi terroristici di Hamas in Israele, un fatto senza precedenti almeno nella storia più recente che ha portato a un nuovo conflitto sullo scacchiere mondiale. Un possibile ampliamento del conflitto, infatti, potrebbe determinare nuove tensioni sulla filiera di gas e petrolio, andando ad alimentare un aumento dei prezzi delle materie prime nocivo per l’inflazione e quindi anche per tutte le economie mondiali.
  • Nel frattempo, però, i dati sui rincari hanno preso una piega più rassicurante: nell’area euro, almeno, l’indice generale dell’inflazione è crollato a ottobre al 2,9% dal 4,3% del mese precedente. Il risultato è stato ancor più incoraggiante in Italia, con il dato precipitato all’1,9% e sotto la soglia del 2% considerata dalla Banca centrale europea come l’obiettivo da raggiungere della sua politica monetaria.
  • Segnali non buoni, invece, sul fronte della crescita del Pil: in calo dello 0,1% nel terzo trimestre per l’Eurozona, mentre per l’Italia si registra un trimestre di stagnazione. Tutto questo mentre, qualche giorno prima, Francoforte aveva lasciato invariati i tassi d’interesse per la prima volta dopo dieci rialzi consecutivi.
  • E in America? Qui la situazione vede un’economia molto forte, con un Pil che cresce anche più delle attese: +4,9% nel terzo trimestre, il livello più elevato dal 2021. Quanto all’inflazione, il dato è rimasto stabile al 3,7% a settembre, un livello ancora elevato che tuttavia non ha impedito alla Federal Reserve di non toccare il costo del denaro pur non escludendo nuovi rialzi futuri.
  • Nel mese sono state inoltre pubblicate diverse trimestrali con dati positivi per big americani come Jp Morgan – nel settore finanziario – e Amazon (con ricavi in crescita del 13%) nel settore tecnologico. Anche McDonald’s ha battuto le attese grazie ai recenti rialzi dei prezzi.
  • Intanto in Cina la crisi immobiliare continua a mordere. Country Garden, uno dei maggiori sviluppatori immobiliare del Paese, ha dichiarato il default sulle sue obbligazioni in dollari. Il timore, quindi, è che la situazione non sia per niente domata e il rischio di contagi è concreto. Tuttavia, nel terzo trimestre l’economia di Pechino è andata meglio delle attese, con un Pil cresciuto del 4,9% su base annua (gli analisti puntavano su un +4,4%).
  • Infine, rivolgendo lo sguardo alle vicende locali, l’Italia ha varato lo schema generale della sua manovra di bilancio portando il deficit di bilancio al 4,3% rispetto al 3,7% precedentemente previsto, il che ha fruttato una dote di 15,7 miliardi per finanziare le principali misure che vanno dal taglio del cuneo fiscale all’accorpamento delle aliquote Irpef fino a un pacchetto per sostenere la natalità nel Paese.
  • Essendo l’Italia altamente indebitata, il focus era sul giudizio delle agenzie di rating: S&P e Dbrs, due delle quattro più importanti al mondo, hanno mantenuto il loro giudizio sul debito tricolore a BBB con outlook stabile. Una buona notizia, in attesa di conoscere il responso di Fitch e Moody’s in calendario per il mese di novembre.

Conclusioni

Inevitabile che gli occhi saranno rivolti alle evoluzioni dei due grandi conflitti in atto: quello isrealo-palestinese da una parte e quello russo-ucraino dall’altra.

Ovviamente osservati speciali i dati sull’inflazione: si confermerà il dato positivo, per quanto riguarda l’Europa, anche nei mesi successivi? Da vedere poi cosa accadrà a Washington, con un carovita che sembra essere a livelli più bassi rispetto ai periodi peggiori ma comunque resiliente.

Infine, occhio in Italia alle revisioni del rating sul debito sovrano di Moody’s (17 novembre) e Fitch (il 10). In particolare, se la prima dovesse declassare l’Italia le farebbe perdere l’investment grade, facendola precipitare tra i debitori meno solvibili. E questo avrebbe ovviamente pesanti ripercussioni su tutta l’area euro e sui rendimenti dei bond sovrani di Roma.


Fame di tassi e vendita di debito

Un buon consulente finanziario negli ultimi 5/10 anni è quello che ti ha spiegato la situazione sul mondo obbligazionario invitandoti ad una maggiore consapevolezza ed evitandoti la più grande distruzione di capitali per i profili a minor rischio/età maggiore.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad una escalation sui tassi mai successa a causa di una inflazione tornata a ruggire più forte che mai. Mutui alle stelle, costi quotidiani aumentati ma anche rendimenti dei titoli di stato sempre più allettanti.

Con l’arrivo dell’euro sono cambiate tante cose, ma negli ultimi due-tre anni stiamo assistendo a un’inversione di tendenza. L’inflazione, che tra il 2013 e il 2020 si era mantenuta entro il punto percentuale, tanto che ci stavamo quasi dimenticando della sua esistenza, ha rialzato la testa. I motivi ormai li conosciamo tutti. In Italia i prezzi al consumo sono saliti solo nel 2022 dell’11,6%. Una crescita che ha costretto le banche centrali dei principali Paesi sviluppati ad alzare ripetutamente e in modo ravvicinato i tassi di interesse per domare il carovita, come non eravamo più abituati a vedere da tempo.

Oggi il BTP a 10 anni vicino al 5% di rendimento

La storia insegna che i rialzi delle banche centrali trascinano anche i rendimenti dei titoli di Stato. E questa tornata di aumenti non ha fatto eccezione. Basta guardare a quanto è successo nell’Eurozona. Mentre la Banca Centrale Europea effettuava il decimo rialzo di fila portando i tassi al 4,5%, i rendimenti dei titoli di Stato e delle obbligazioni europee prendevano la rincorsa. L’effetto sul BTP italiano a 10 anni è stato fin troppo evidente, con il rendimento che si è avvicinato a grandi passi verso il 5%. Il grafico all’inizio dell’articolo rende l’idea meglio di qualsiasi giro di parole.

Tutto in BTP? Perché non è una buona idea

Cos’è cambiato dal punto di vista dell’investitore che cerca di mettere a frutto i propri risparmi? Il discorso è molto semplice, almeno a prima vista. Fino a un paio di anni fa per ottenere un rendimento vicino al 5% avremmo dovuto correre rischi elevati tra azioni, obbligazioni di bassa qualità e mercati emergenti: adesso è invece possibile investendo i risparmi in un solo titolo, peraltro garantito dallo Stato italiano. Quindi? Vissero tutti felici e contenti grazie al “principe azzurro” BTP? Le cose non stanno proprio così, vediamo perché.

Da inizio anno la Borsa italiana ha segnato un +18%

Innanzitutto, frazionare l’investimento in più strumenti permette di ridurre il rischio complessivo, perché si può contare su diverse fonti di rendimento. Magari oggi è il BTP ad offrire un buon rendimento ma domani potrebbero tornare a far molto bene le azioni, oppure le materie prime o, ancora, l’oro piuttosto che i titoli obbligazionari in valuta estera. A proposito, forse in tanti non se ne sono accorti, ma da inizio anno la Borsa Italiana è in rialzo del 18% e quella americana del 13%, mentre i titoli di stato italiani hanno fatto guadagnare in media solo l’1,6% (indice JPMorgan Italia). Ciò conferma che non si può fare a meno di avere in portafoglio anche azioni e altri investimenti oltre ai BTP.

Rischio di perdita in conto capitale

Ma c’è anche un’altra questione da tenere in considerazione. I BTP non sono immuni all’andamento dei mercati. Una notizia che per qualche “BTP people” può essere sconvolgente, ma riflette la realtà. Gli scenari economici cambiano di continuo e, come abbiamo visto, i tassi sono in movimento. Tassi e rendimenti in rialzo significano, per le obbligazioni in circolazione, valore più basso. Il che significa, per chi ha comprato un BTP, il rischio di incassare meno rispetto al prezzo originario se, per svariati motivi, abbiamo bisogno di recuperare la liquidità prima della scadenza dell’obbligazione. Un po’ quello che è successo, con le dovute proporzioni, alla Silicon Valley Bank lo scorso marzo, quando l’aumento dei tassi Fed ha mandato all’aria i conti della banca, che era piena di titoli governativi americani a lunga scadenza che nel frattempo avevano perso parte del loro valore.

L’all-in non è mai una buona scelta

Il rischio appena descritto si chiama perdita in conto capitale: una situazione che, nel nostro piccolo, non vorremmo mai dover affrontare. Come evitarla? Se proprio vogliamo rimanere con il ragionamento sulle obbligazioni, è bene sapere che esistono soluzioni pensate per una gestione professionale di interi panieri di bond. “Giardinetti” diversificati in obbligazioni, anche in valute estere, con scadenze differenziate e con un variegato profilo di affidabilità degli emittenti (rating). Strumenti quindi molto liquidi, che pur investendo solo in obbligazioni tengono conto dei principi fondamentali della finanza, sono gestiti da team di specialisti che si muovono in un’ottica globale, monitorando tutto il mercato il mercato obbligazionario e le sue evoluzioni.

Pianificazione finanziaria vs improvvisazione

Oggi, per esempio, tra gli economisti e gli strategist c’è chi dice che i tassi di interesse saranno più alti (rispetto a prima) e più a lungo e chi invece è convinto che il picco dei rialzi sia stato toccato, o sia comunque vicino, e prevede una discesa dei tassi. Come sempre non è dato conoscere il futuro, in finanza non esistono questo tipo di certezze, ma sicuramente esiste il buon senso: se la diversificazione è imprescindibile nella costruzione di un portafoglio finanziario, la centralità della componente azionaria è un “must”. Al di là degli alti e bassi fisiologici del mercato, pensare di rinunciare al valore dell’azionario è irrazionale, come dimostra il +18% da inizio anno di cui abbiamo parlato poco fa.
Se pure è comprensibile, quindi, una sorta di corsa ai ripari di fronte alle fiammate di un’inflazione che quasi non ci ricordavamo più esistere, questa rimane una mera soluzione tampone, con tutte le sue inefficienze.
La strategia corretta è la pianificazione finanziaria, strutturata per raggiungere specifici obiettivi collocati su orizzonti temporali definiti, cogliendo tutte le opportunità offerte dai mercati.

Un buon consulente finanziario negli ultimi 5/10 anni è quello che ti ha spiegato la situazione sul mondo obbligazionario invitandoti ad una maggiore consapevolezza ed evitandoti la più grande distruzione di capitali per i profili a minor rischio/età maggiore.

 


risparmio gestito

Occhio ai falsi esperti

Le scelte finanziarie non sono condizionate solo da quello che sappiamo e conosciamo: possono essere influenzate anche dalle conoscenze percepite.

Molti investitori sopravvalutano le proprie conoscenze e competenze e mostrano un’eccessiva fiducia in se stessi, che li espone al rischio di strafare.

https://www.consob.it/documents/11973/287812/rf2022.pdf/cf6f38e9-dbcc-6057-8fff-f56643facdba?t=1674683068756

Ce lo conferma la Consob nel suo Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane (nell'immagine), laddove ci dice che, "in linea con le indagini precedenti, la Survey 2022 coglie tale divario", cosiddetto "mismatch", "sia ex ante, ossia prima che gli intervistati rispondano al questionario sulle nozioni di base, sia ex post, ossia dopo la somministrazione del questionario".

Ex ante, l’11% degli investitori tende a sovrastimare le proprie conoscenze ("upward mismatch"). Ex post, questa fiducia in sé stessi emerge nel 20% degli intervistati. Gli intervistati ritengono di essere superiori alla media specialmente nel controllo del bilancio familiare e nella capacità di risparmio.

Tant'è che mi capita spesso ultimamente di avere molti colloqui con persone che mi seguono, convinte di "sapere" avendo letto questo e quello on-line.

Ecco che senti ormai tutti parlare ti portafogli modello, sceglierne uno da replicare perchè funziona da tempo ma senza farsi le doverose domande per la costruzione di una solida patrimonializzazione personale.

CHE OBIETTIVO HO?

E' COERENTE CON IL TEMPO IN CUI VOGLIO REALIZZARLO?

ma soprattutto, AVREI AVUTO I GIUSTI COMPORTAMENTI SOTTO STRESS?

2000, 2002, 2008 o 2020 sono tappe esperienziali fondamentali, ed i corretti comportamenti adottati hanno prodotto il rendimento medio che si sta mentalmente comprando scegliendo oggi una soluzione basata sul passato. Ma purtroppo l'esperienza di chi le ha vissute con "i propri soldi al fronte" non si può comperare.

Ecco che vedi tutti concentrarsi sul minor costo nel presente (sempre giusto valutare costi/benefici) puntare diritti sugli ETF ( giusto se fatto il giusto uso) ed utilizzarli per fare trading e magari detenere per la propria pensione il più caro P.I.P. o fondo pensione senza la coscienza che quel 4-5% pagato per 40 anni invaliderà tutto il possibile guadagno anche del miglior portafoglio modello comperato on line.


I rischi e i benefici della tempistica nel mercato

La tempistica nel mercato sembra abbastanza semplice: acquistare quando i prezzi sono bassi e vendere quando sono alti.

Questo è ciò che ogni investitore vorrebbe, e spesso chiede al professionista, o peggio è convinto di saper fare senza razionalmente capirne i rischi.

Ci sono prove evidenti che il market timing è difficile, se non impossibile. Spesso gli investitori vendono presto, perdendosi un rally del mercato azionario. Può anche essere snervante investire quando il mercato naviga nel rosso.

Al contrario, rimanere investiti nonostante gli alti e i bassi ha generato storicamente rendimenti competitivi, soprattutto su periodi più lunghi.

Il grafico sopra utilizza 20 anni di dati elaborati da JP Morgan, e mostra come cercare di cronometrare il mercato può ridurre il valore del tuo portafoglio anche in maniera devastante.

Le insidie ​​​​della tempistica del mercato

Stare fuori dal mercato anche solo di pochi giorni può influire in modo significativo sui rendimenti di un investitore. I seguenti scenari confrontano i rendimenti totali di un investimento di $ 10.000 nell'S&P 500 tra il 1 gennaio 2003 e il 30 dicembre 2022. Nello specifico, evidenzia l'impatto di perdere i giorni migliori sul mercato rispetto all'adesione a un piano di investimento a lungo termine.

Come possiamo vedere nella tabella sopra, l’investimento originale cresce di oltre sei volte se un investitore resta investito per tutti i giorni.

Se un investitore, invece, dovesse semplicemente perdere i 10 giorni migliori del mercato, perderebbe oltre il 50% del valore del proprio portafoglio finale. L’investitore finirebbe con un portafoglio di soli $ 29.708, rispetto ai $ 64.844 se fosse rimasto fermo.

A peggiorare le cose, perdendo 60 dei giorni migliori, avrebbe perso un sorprendente 93% di valore rispetto a quanto varrebbe il portafoglio se fossero semplicemente rimasto investito.

Nel complesso, un investitore avrebbe visto quasi il 10% in rendimenti medi annuali utilizzando una strategia buy-and-hold. I rendimenti medi annuali sono entrati in territorio negativo dopo aver mancato i 40 giorni migliori nell’arco di tempo.

I migliori giorni nel mercato

Perché è così difficile cronometrare il mercato? Spesso i giorni migliori si verificano durante i mercati ribassisti.

Negli ultimi 20 anni, sette dei dieci giorni migliori si sono verificati quando il mercato era in territorio ribassista.

In aggiunta a ciò, molti dei giorni migliori avvengono poco dopo i giorni peggiori. Nel 2020, il secondo giorno migliore è caduto subito dopo il secondo giorno peggiore dell’anno. Allo stesso modo, nel 2015, il giorno migliore dell’anno si è verificato due giorni dopo il giorno peggiore.

È interessante notare che i giorni peggiori del mercato si sono verificati tipicamente nei mercati rialzisti.

Perché restare investiti avvantaggia gli investitori

Come mostrano i dati storici, i giorni migliori si verificano durante le turbolenze del mercato e i periodi di elevata volatilità del mercato. Perdendo i giorni migliori del mercato, un investitore rischia di perdere un significativo apprezzamento del rendimento nel lungo periodo.

Non solo la tempistica del mercato richiede una notevole abilità, ma coinvolge temperamento e un track record coerente. Se esistessero segnali a prova di proiettile per la tempistica del mercato, sarebbero utilizzati da tutti.

Quindi per ogni investitore è sempre meglio mettersi dal lato giusto delle probabilità. Nessuno si può permettere di perdere tempo nella vita, ed allo stesso modo negli investimenti correndo dietro a miraggi, “professionisti della menzogna” o manie di magnificenza perché il mercato sarà crudele con questi.


Rischio: Nemico o compagno d’investimento?

Il rischio fa parte della vita ed è un’azione che racchiude in sé la possibilità di fallimento. Ecco perché lo temiamo tanto. Il fallimento personale o finanziario non è mai una bella cosa e se non si hanno le spalle larghe può rappresentare un grosso problema. Anche negli investimenti, come sappiamo, esiste il rischio. Anzi, il rischio è parte integrante di essi, come lo è del vivere stesso. Tuttavia, come per ogni cosa, si può controllare o almeno mitigare. Esistono vari tipi di investimenti e vari gradi di rischio, ognuno può decidere quello che più fa al caso suo, ricordando sempre che sul lungo periodo (dai 10 anni in su) tutto questo ha sicuramente un altro "sapore".

 

Il rischio non deve essere il faro dei nostri investimenti

Tutti, soprattutto alle prime armi negli investimenti, hanno avuto questi pensieri:

"Non investo perché ho paura".

"Le azioni? No, sono troppo pericolose".

"Meglio un conto deposito, così so che avrò il mio capitale alla fine".

Cos’hanno in comune queste affermazioni? La paura. Ne deriva che chi afferma ciò praticamente prende le decisioni finanziarie sul suo futuro facendosi guidare dal timore. Non proprio una scelta saggia. Nella vita come negli investimenti, non si vive di paura, ma di soluzioni. Ed ecco che anche per le proprie finanze sarebbe meglio pensare in termini di ottimizzazione più che di timore. Come ripetono in continuazione gli addetti ai lavori, non esistono pasti gratis nella vita: bisogna andare fuori dalla propria comfort zone se si vuole ottenere qualcosa in più. Questo non significa camminare sul filo del rasoio, ma camminare fuori dal tracciato con l’equipaggiamento giusto.

 

Rischio: non lo elimini ma almeno puoi controllarlo

Per controllare qualcosa bisogna innanzitutto "prendergli le misure". Come si misura il rischio un investimento? Generalmente si tende ad associarlo alla volatilità dei rendimenti: più volatile uguale più rischioso. Ma magari la questione fosse così semplice e lineare. In realtà, in termini più concreti il rischio per un investitore può assumere sfumature e connotati diversi. Per esempio, il rischio di non riuscire ad accantonare il necessario per integrare la futura pensione, per acquistare l’appartamento per un figlio o per mandarlo all’università o a studiare all’estero. In questi casi, può essere più utile e interessante individuare il rischio dell’investimento mettendolo in relazione con i propri obiettivi.

In linea più generale, questo ci serve per dirti che occorrono indicatori diversi rispetto alla semplice volatilità. Senza addentrarci in formule troppo astruse, ti diciamo solo che per misurare il rischio di un investimento in termini più ampi può aver senso far entrare in campo altri tre indicatori: il rischio di perdita (Risk of Loss), lo Shortfall Risk e il Value at Risk.

Rischio: è importante conoscerlo per gestirlo al meglio

Il rischio di perdita, per esempio, si può gestire diversificando il portafoglio e investendo in un ventaglio di asset class differenti nell’ottica di distribuirlo, magari entrando sul mercato in momenti diversi, con una diversificazione anche di tipo temporale (mediante la modalità del PAC) ed eventualmente facendo ricorso a meccanismi di stop-loss (che intervengono per stoppare appunto le perdite). Esistono anche fondi che oltre ad essere diversificati al loro interno, beneficiano di una gestione attiva che ribilancia il portafoglio quando necessario, per mantenerlo in linea con il profilo di rischio definito a monte.

Certo il tempo gioca a favore degli investimenti: l’analisi storica dei rendimenti dell’S&P 500 suggerisce che allungare l’orizzonte temporale riduce la probabilità di incorrere in perdite. Chi ha investito per un qualunque periodo di 20 anni, dal 1926 al 2015, nell’S&P 500 ha riportato nella totalità dei casi un rendimento positivo, mentre chi ha investito per un solo anno ha registrato un rendimento positivo solamente nel 73% dei casi.

 

Gestire al  meglio il rischio permette anche di recuperare le perdite

Conoscere il rischio ci aiuta a mitigarlo, a contenere le potenziali perdite e a recuperare. Sì perché, se sono contenute, le perdite si possono recuperare con ottima probabilità, dal momento che nel medio-lungo termine i mercati finanziari tendono a remunerare l’investitore mediante i cosiddetti "premi al rischio", che generano performance positive con probabilità crescente man mano che si allunga la durata dell’investimento. Il grafico seguente, per esempio, ci segnala il tempo necessario a recuperare per vari livelli di perdita (espressa come percentuale del capitale investito), ipotizzando che il rendimento medio annuo del portafoglio successivamente alla perdita sia pari a un generoso 5%.

Diamo un’occhiata ravvicinata al grafico. Innanzitutto, la relazione tra entità della perdita e tempo di recupero non è lineare, ma peggiora in modo sempre più vistoso al crescere della perdita. Con una perdita del 50% del capitale occorrono 14 anni per recuperare. Con una del 67% occorrono oltre 23 anni per recuperare. Ma se la perdita è contenuta al 10%, in appena due anni viene recuperata e se è del 5% un anno è sufficiente. E questo salva il potenziale di lungo termine del portafoglio.

 

Gestire bene il  rischio: la più grande lezione da portare a casa

Insomma, costruire un portafoglio combinando i diversi strumenti finanziari non è scontato, è anzi fondamentale un monitoraggio continuo, perché il rischio varia nel tempo. E, in ogni caso, il rischio va affrontato con la testa: occorre accettarlo, conoscere se stessi e capire quanto se ne può sopportare e come, di volta in volta, correggere serenamente la rotta.

 


Siamo al giro di boa del 2023

Il 2023 è iniziato su note veramente molto sfidanti, e qualcuno già dava per scontate un po’ di recessioni per colpa dei falchi delle banche centrali. Ora che siamo arrivati alla metà dell’anno, ci sentiamo di dire che le cose non sono poi andate così male. Anzi. I dati diffusi finora hanno evidenziato un’economia che – a fronte del più rapido innalzamento dei tassi di interesse di tempi di Volcker, degli scenari geopolitici in continua evoluzione e di un’inflazione che sale ancora a tassi abbastanza corposi – ha discretamente tenuto, sia al di qua che al di là dell’Atlantico.

A fine giugno, una raffica di dati ha mostrato una sorprendente forza in diversi settori dell’economia statunitense: gli acquisti di nuove case sono saliti al tasso annuale più incisivo in oltre un anno, gli ordini di beni durevoli hanno superato le stime e la fiducia dei consumatori ha raggiunto il livello più alto dall’inizio del 2022. Tutto questo certamente non esclude la possibilità di una recessione l’anno prossimo, ma dà motivo di ritenere che una flessione non sia dietro l’angolo. Per dirla con le parole del segretario al Tesoro Janet Yellen, "le probabilità di una recessione sono diminuite".

https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-06-22/yellen-sees-lower-recession-risk-says-consumer-slowdown-needed

 

Il tech fa da locomotiva

Le trimestrali diffuse nel corso della primavera hanno tutte sorpreso in positivo. La rinnovata attenzione intorno all’Intelligenza Artificiale ha determinato un rialzo importante dei titoli tech, che hanno trascinato i relativi settori e, di riflesso, i listini azionari.
Un po’ questo, un po’ il fatto che le cose non sono andate così male come si era temuto, questa prima metà dell’anno si è rivelata alla fine molto buona per i mercati azionari, con le azioni globali, misurate dall’MSCI World, che hanno registrato un incremento del 12,2% da inizio anno al 27 giugno.
E così, chi all’inizio dell’anno si è tenuto lontano dagli investimenti, scoraggiato magari dalle molte previsioni fosche dei grandi analisti (rimaste in larga parte sulla carta, per ora), ha perso un’interessante occasione per entrare sui mercati. C’è una buona notizia: può imparare la lezione e farne tesoro per i prossimi sei mesi. Ma prima, proseguiamo con il nostro recap dei temi e degli eventi dei primi sei mesi del 2023.

 

L'inflazione ha perso i superpoteri?

L’inflazione ci accompagna da quasi due anni – i rialzi dei prezzi hanno preso il via nell’autunno del 2021 con le riaperture post Covid e ha poi ricevuto una robusta spinta dal complicato scenario geopolitico che si è aperto nel cuore dell’Europa nel febbraio del 2022 – e, poco ma sicuro, ci accompagnerà ancora per tutto quest’anno almeno. Ma attenzione: le percentuali che misurano l’ammontare della variazione periodica hanno già iniziato la loro discesa.
Una discesa certamente non rapidissima e che al momento riguarda soprattutto il dato complessivo, mentre il dato core appare più resistente. Ma ci sta, ci vuol tempo per far scendere i prezzi. E non dobbiamo comunque dimenticare che nel giro di un semestre siamo riusciti a passare da una variazione annua a doppia cifra a un’inflazione più gestibile. Un trend di discesa molto evidente negli Stati Uniti d’America.
Prezzi in calo anche in Europa, con il Vecchio Continente che, complice il freddo molto mite, è riuscito a schivare la temuta crisi energetica, spauracchio dell’autunno e dell’inverno passati che per fortuna non si è tramutato in realtà.

 

Cos'hanno fatto e cosa faranno le banche centrali?

Il paziente sta meglio, ma non è del tutto fuori pericolo: per questo i fari continuano a essere puntati sulle banche centrali. Cosa faranno? Finora, la Fed ha portato i tassi al 5-5,25% e lì si è fermata, prendendosi una "pausa da falco" al meeting di metà giugno. L’ultimo aggiornamento di Powell ha lasciato presagire altri due rialzi – forse anche consecutivi- da 25 punti base entro la conclusione del 2023.
La BCE, da parte sua, ha operato un rialzo da un quarto di punto percentuale a metà giugno e mette già in conto un altro aumento di pari entità nella riunione di luglio. Sempre a giugno la Bank of England ha calato l’asso dei 50 punti base in più, dal 4,50% al 5%, per far fronte a un’inflazione che anche nel Regno Unito non è più a doppia cifra, ma che comunque continua a segnalare rialzi consistenti.
Altrove (vedi Cina e Giappone) le banche centrali hanno optato per una linea ancora molto accomodante. Sembrerebbe acuirsi quindi la divergenza con le economie avanzate del mondo occidentale, senonché molti si aspettano che anche qui il picco dei rialzi sia vicino. Quel che rimane da fare, ora, è aspettare di vedere l’effetto che le condizioni creditizie più restrittive avranno sull’economia reale.

 

Grande interesse sul btp ma è l'azionario italiano la vera stella

Contrariamente ai pronostici e alle mille cautele di inizio anno, l’azionario si è difeso più che bene: rispetto ai valori dei primi di gennaio, l’S&P 500, che è l’indice di riferimento dell’equity globale, ha riportato un +12,7%. Ma a distinguersi nel semestre sono stati soprattutto il Nasdaq 100, l’indice tecnologico della Borsa USA, trainato dall’Intelligenza Artificiale e dalle attese sulla domanda di semiconduttori e chip, e il Nikkei 225 giapponese, che ha raggiunto il livello più alto dal 1990, riflesso di un’economia che cresce anche sulla spinta degli investimenti dall’estero.

Come si vede, anche il nostro FTSE MIB ha dato buona prova di sé in questa prima metà dell’anno, nel contesto di un’economia che le principali istituzioni nazionali e internazionali (non solo l’Istat e la Banca d’Italia, ma anche l’OCSE e il Fondo Monetario Internazionale) prevedono in crescita quest’anno e il prossimo. Il nostro FTSE MIB è tra le Borse più redditizie del primo semestre del 2023 insieme al Nasdaq americano. Entrambe hanno registrato infatti performance a due cifre nell’arco di questi sei mesi, con un rialzo di oltre il 14% per il listino milanese che è riuscito a superare Parigi e Francoforte.

 

Primo semestre 2023: quale insegnamento fare nostro?

Quando il gioco si fa duro, i duri cominceranno pure a giocare, ma la maggioranza di noi si fa prendere dall’esitazione e si mette alla ricerca di un rifugio per i propri soldi. Ci sta. Questo rifugio, nel primo semestre del 2023, in Italia è stato rappresentato molto bene dal BTP nelle sue varie versioni indicizzate all’inflazione, che hanno avuto un ottimo riscontro in termini di domanda.
I dati che vediamo oggi, al termine di un primo semestre che non è stato disastroso come si temeva, ci dicono però che in ogni fase di mercato conviene restare fedeli alla regola di sempre: diversificare, diversificare, diversificare. Attenzione a comprare solo titoli di Stato e obbligazioni sull’onda dell’entusiasmo e dell’hype del momento: serve dare spazio in portafoglio anche all’azionario, che, come abbiamo visto, può regalare rendimenti superiori.
Il trucco è sempre lo stesso: non fissarsi sulle oscillazioni quotidiane e sulle previsioni ma allungare lo sguardo al medio-lungo termine.

 

 

 

 

 

 


Tech, dati ed NVIDIA


Semisconosciuta a chi? Parliamo di Nvidia, azienda statunitense leader da circa trent’anni nel settore delle schede grafiche, definita nel titolo di un articolo del Corriere della Sera come "azienda semisconosciuta" che ora grazie all’AI "vale mille miliardi". Ne parliamo perché in realtà non era un’azienda così "di nicchia". Negli ultimi decenni, bastava recarsi in uno store a comprare un pc per imbattersi nel nome Nvidia, che infatti possedeva quasi il monopolio delle schede grafiche che li fanno funzionare (con tanto di adesivo grande ben stampato sulla tastiera).
Sì, perché l’azienda in questione è sempre stata leader di mercato nella produzione di schede grafiche, ma forse non era abbastanza per diventare famosa. Ed ecco che però nell’ultimo periodo è passata alla ribalta per investimenti che forse creano più "hype", come quello nell’Intelligenza Artificiale. Questo ci fa capire almeno due cose importanti: attualmente sono le aziende tech che investono nell’Intelligenza Artificiale ad avere i risultati migliori; tutto questo sta nuovamente facendo brillare il settore tech sui mercati azionari.
I dati infatti fotografano un azionario trainato di nuovo dai titoli tecnologici. Il Nasdaq 100 ha battuto il più ampio S&P 500 grazie al ritrovato interesse nell’Artificial Intelligence che ha contribuito ad accendere i fari su nuovi colossi, che, in verità, erano non così sconosciuti agli addetti del settore finanziario.

Effetto Nvidia sul Nasdaq100

Nvidia ha per anni prodotto chip informatici in grado di far girare videogiochi ad alta grafica. Ma diversi anni fa, i ricercatori dell’Intelligenza Artificiale hanno iniziato a utilizzare gli stessi chip per far lavorare i potenti nuovi algoritmi che stavano causando importanti avanzamenti nel campo (vedi Chat GPT). Il boom attuale è avvenuto perché i suoi chip GPU sono particolarmente adatti per elaborare enormi quantità di dati necessari per addestrare programmi di Intelligenza Artificiale all’avanguardia come il PaLM 2 di Google o il GPT4 di OpenAI.
E così Nvidia ha continuato a sviluppare costantemente il suo settore dedicato all’AI negli ultimi anni, e l’ultima esplosione di interesse e investimenti nel settore negli ultimi sei mesi ha potenziato le sue vendite in modo significativo.
Di conseguenza, nel primo trimestre conclusosi il 30 aprile 2023 ha annunciato un fatturato di 7,19 miliardi di dollari, in calo del 13% rispetto a un anno fa ma in crescita del 19% rispetto al trimestre precedente. Soprattutto, una trimestrale accompagnata da previsioni molto buone sulla domanda di chip, proprio per effetto dell’AI. Così buone da spingere la capitalizzazione della multinazionale, inclusa nel Nasdaq 100, verso il traguardo dei 1.000 miliardi. Con il suo +170% da inizio anno, Nvidia è ad oggi la migliore del listino.

Prima ancora di guardare direttamente all’AI, quindi, bisognerebbe concentrarsi sul ruolo dei chip. E con essi i semiconduttori e le aziende che se ne occupano. Della serie, non fermiamoci a guardare il dito, ma puntiamo alla luna. Può sembrare una frase fatta, ma in realtà è un dato di fatto: i semiconduttori (e i chip) sono alla base del funzionamento degli strumenti di AI e sono praticamente il nuovo petrolio.

Semiconduttori. Materiali intermedi tra i conduttori e gli isolanti, vengono utilizzati per la produzione dei chip che equipaggiano smartphone, personal computer, tablet, console di gaming e via dicendo. Chip. Noti anche come circuiti integrati, sono fondamentali per tutte quelle tecnologie che guidano la trasformazione digitale, inclusa l’Intelligenza Artificiale.

Non solo investimenti, c'è anche la geopolitica

Chi c’è nella "OPEC dei semiconduttori"? Taiwan, Cina e Stati Uniti sono i tre Paesi che, come sottolinea l’ISPI in un suo approfondimento, oggi si spartiscono i vari primati: Taiwan nella produzione di semiconduttori, la Cina nella produzione e nell’esportazione di terre rare (essenziali anch’esse per la realizzazione dei vari device della transizione digitale) e gli Stati Uniti nello sviluppo dei software.
Più che alleati, però, qui parliamo di rivali: Stati Uniti e Cina sono infatti le stesse due nazioni che si contendono Taiwan. E non è un caso: Taiwan, letteralmente, svetta in un settore sempre più decisivo.


Previsti investimenti ingenti anche in Europa

Anche l’Europa si attrezza. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno adottato il Chips and Science Act, che prevede 39 miliardi di dollari di incentivi per la produzione e 13,2 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo. E in continuità con il suo predecessore Trump, il presidente Biden ha proposto Chip 4, un’alleanza con Taiwan, Giappone e Corea del Sud. L’Unione Europea, dal canto suo, non è rimasta a guardare: ha varato infatti il Chips Act, una manovra da 43 miliardi di euro. L’obiettivo è raddoppiare dal 10% al 20% la quota europea nella produzione di semiconduttori a livello mondiale.
Non finisce qui. La Commissione Europea ha anche approvato un pacchetto da 8,1 miliardi di euro destinato agli aiuti di Stato per la produzione di semiconduttori nel Vecchio Continente. Saranno 56 le aziende di diverse dimensioni che vi attingeranno allo scopo di realizzare 68 progetti in 14 Stati membri. Tra questi c’è anche l’Italia, che parteciperà con StMicroelectronics, Memc, Menarini Silicon Biosystems e Siae Microelettronica.
La Commissione UE spera in una sorta di "effetto leva", e cioè che il denaro pubblico porti 13,7 miliardi di euro di investimenti privati, mobilitando così un totale di quasi 22 miliardi di euro da qui al 2032, data nella quale i progetti dovrebbero raggiungere la fase finale. I primi prodotti potrebbero essere disponibili sul mercato già nel 2025.

Semiconduttori, chip e portafogli

Come tutti i grandi topic del momento – ti abbiamo parlato di recente dell’Intelligenza Artificiale e dei veicoli elettrici – anche i semiconduttori costituiscono un tema di investimento. Per il tramite magari di un fondo ben diversificato che segua l’esempio di uno dei grandi indici di settore e investa in un paniere di titoli riconducibili al comparto. E’ sempre bene ricordare, infatti, che la diversificazione è fondamentale: mai mettere tutte le uova in un unico paniere. A maggior ragione, poi, se si parla di innovazione non è semplice comprendere in anticipo chi rivoluzionerà il futuro con un nuovo prodotto o servizio.